Epoche & Testimoni

Il secondo dopoguerra: l'espresso diventa un cult

All’inizio degli anni ’50 inizia la ripresa che porta voglia d’innovazione. Nelle macchine arriva la rivoluzione della leva e nasce il bar

La rivoluzione della leva

A Milano l’11 maggio 1946 il Teatro alla Scala riapre dopo la seconda guerra mondiale con “il concerto della ricostruzione” diretto da un osannato Arturo Toscanini, appena rientrato dagli Stati Uniti dove si era autoesiliato durante il fascismo. È il segnale che il Paese rialza la testa.
Questo nuovo entusiasmo fa sì che il rito quotidiano del caffè sia consumato nei locali, che cominciano a chiamarsi bar, da un numero sempre più crescente di clienti e la voglia di sperimentare che caratterizza questo momento storico - molto creativo e tra i più interessanti della nostra storia - induce i produttori di macchine da caffè a rivolgersi ad architetti e designer per studiare i nuovi prodotti, in linea con le mutate esigenze. Il design è fortemente influenzato dall’American Style e così juke box, automobili, palazzi diventano fonte d’ispirazione per i progettisti.

La crema in tazzina

Ma la vera rivoluzione è l’invenzione della leva, in grado di pompare acqua molto calda ad alta pressione sulla polvere di caffè, un’innovazione che consente di non bruciare più il caffè col vapore come avveniva con la tecnologia delle epoche precedenti ma, anzi, di estrarre gli aromi che danno pienezza al gusto e di ottenere la crema tipica dell’espresso. È un brevetto di Achille Gaggia, elaborato dieci anni prima ma messo da parte a causa dello scoppio della guerra. Una tecnologia che fa diventare l’espresso un cult e trasforma la figura del “macchinista”, colui che prima azionava la macchina da caffè grazie al suo patentino da fuochista, in “banconista”, cioè esperto utilizzatore della macchina a leva, allora posizionata, appunto, sul bancone, di fronte al cliente.

bancone_bar_anni_sessanta

Vespa e Lambretta per tutti

L’inizio della ripresa viene confermato anche dal numero di automobili, la cui produzione è quintuplicata. Se pochi anni prima Vespa e Lambretta sono gli unici mezzi alla portata di tutti all’inizio degli anni 50 otto italiani su cento possiedono un’auto, tanto che i giornali, per la prima volta, parlano di problemi di traffico. Anche le macchine da caffè, che ai tempi dell’Ideale venivano prodotte in numero esiguo (una al giorno), con l’avvento di Gaggia e FAEMA si diffondono da Nord a Sud e cominciano a travalicare i confini italici.

 

Testimonial dell’epoca

Arturo Toscanini, considerato uno dei più grandi direttori d’orchestra di tutti i tempi:

«Nessuno sa qual è il massimo che può raggiungere»

 

Classica Gaggia (1948)

Prima macchina a utilizzare il sistema a leva per spingere l’acqua calda con pressione a 9 bar sul caffè macinato (brevetto Gaggia): il risultato è la crema caffè espresso. Esemplare appartenente alla prima serie, costruito in collaborazione con le Officine Faema prima che le due aziende iniziassero a produrre in proprio.

Saturno Faema (1948)

Macchina di grandi dimensioni equipaggiata con due caldaie che la rendono in grado di coprire esigenze di consumi importanti, come quello delle stazioni ferroviarie o dei caffè dei centri storici. In bronzo e ottone risulta di peso notevole. Probabilmente l’esemplare esposto al MUMAC è unico al mondo.

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