Caffè e bicicletta, unione perfetta

Dalle vittorie dei grandi campioni come Merckx e Adorni con la maglia Faema, ai musei e ai locali sintesi moderna di espresso e due ruote

Per dire che caffè e bicicletta non fanno rima non serve un linguista: bastano un bambino di quattro anni, magari esperto di filastrocche, o un ciclista polacco completamente a digiuno dell’italiano. Però, nella realtà, le sintonie, le affinità tra la bevanda più consumata in Italia dopo l’acqua e il mezzo più usato per gli spostamenti brevi sono evidenti.

Epica delle corse

Vogliamo fare qualche riferimento storico? Niente di più semplice: l’epica delle corse in bicicletta – dal ciclismo eroico del secondo dopoguerra dove sofferenza, cuore e muscoli erano pronti per imprese al limite della sopravvivenza umana, a quello ipertecnologico e curato in tutti i dettagli, dall’alimentazione alla galleria del vento, dei nostri giorni – è legata strettamente all’industria del caffè e delle macchine da caffè.
Sono piene le pagine dei vecchi giornali e delle riviste degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta del secolo scorso di foto ormai ingiallite (o magari virate seppia in modo naturale e involontario dal tempo) che portano logo e brand che hanno fatto la storia del ciclismo professionistico.

Eddie_Merckx_pedala

Le grandi vittorie di Eddy Merckx

Il marchio Faema, per esempio, è legato in particolare all’immagine e alle imprese di colui che, probabilmente, è stato il più grande ciclista di tutti i tempi: il belga Eddy Merckx. Altri ciclisti, infatti, hanno vinto molto (non come lui, in ogni modo) nella loro carriera, ma è stata la sua incredibile e inesauribile voracità sportiva a farlo diventare un mito: passista veloce, ma fortissimo anche in salita e in discesa, all’occorrenza insuperabile in volata, il belga ha inanellato una serie incredibile successi con la maglia “targata” Faema. Due Giri d’Italia e due Tour de France, conditi da 18 successi di tappa per la squadra al Giro e 20 al Tour (di cui rispettivamente 13 e 14 del belga) e ancora una Milano-Sanremo, un Giro delle Fiandre, due Parigi-Roubaix, una Liegi- Bastogne-Liegi. Tutto questo in soli tre anni in maglia Faema: incredibile!

Il Cannibale in lacrime

Ma l’immagine più struggente del belga con quella maglia è quella del Giro 1969 che molti degli appassionati meno giovani ricordano ancora: con il grande campione piangente, stravolto e abbandonato su un divanetto, dopo essere stato squalificato dalla corsa perché trovato positivo a un anfetaminico. Il “Cannibale”, così veniva chiamato il belga per la sua fame di vittorie, protestò la sua innocenza ma venne escluso dalla corsa a tappe, nonostante una seconda analisi fosse risultata negativa. E Felice Gimondi, che poi quel Giro lo vinse, si rifiutò di indossare la maglia rosa, simbolo del primato, per solidarietà con il collega, avversario e amico.

Il Mondiale di Vittorio Adorni

Ma non solo Eddy Merckx fu la squadra Faema, una squadra a tutti gli effetti italiana. Come dimenticare, infatti, la straordinaria vittoria del grande campione tricolore Vittorio Adorni al campionato del mondo su strada del 1968? Adorni non era certo uno sconosciuto prima di questa vittoria: professionista dal 1960, il corridore di San Lazzaro Parmense aveva vinto il Giro d’Italia del 1965 e l’argento mondiale a Sallanches nel 1964, battuto soltanto in volata dall’olandese Janssen. La rivincita per l’italiano arrivò nella corsa iridata disputata a Imola nel 1968: Adorni entrò in una fuga a sei nella quale era presente anche il belga Van Looy, netto favorito nel caso di un arrivo in volata. Ma Adorni, a 90 km dall’arrivo, staccò i compagni di fuga e arrivò al traguardo con un vantaggio di 9’50”, uno dei più ampi fatti registrare in un campionato del mondo.

Il Museo del Ghisallo

Testimonianza del marchio Faema è evidente anche oggi all’interno delle sale del
MUMAC ma soprattutto Fondazione  nel Museo del Ciclismo Madonna del Ghisallo a Magreglio, in provincia di Como, inaugurato nel 2006, grazie al grande impegno del campione Fiorenzo Magni.  Con oltre 700 cimeli, è riconosciuto a livello internazionale come il custode della storia del settore delle due ruote nel nostro Paese.
MUMAC e il Museo del Ciclismo hanno collaborato in una serie di iniziative volte alla valorizzazione reciproca delle collezioni.

Anche oggi caffè e ciclismo sono un binomio di attualità: basti ricordare che un altro marchio italiano, quello della Segafredo Zanetti è entrato nel mondo del ciclismo professionale come sponsor della Trek-Segafredo, squadra stabilmente ai vertici del rancing Uci e con cui ha deciso di chiudere la sua leggendaria carriera il pluricampione del mondo e due volte oro a cronometro alle Olimpiadi di Pechino e Rio de Janeiro, lo svizzero Fabian Cancellara.

La caffeina per il ciclista

Non vi interessa il ciclismo professionistico, ma amate andare in bicicletta? Non per questo il binomio tra caffè e bici può essere trascurato: la caffeina è infatti una sostanza che ha benefici sul nostro organismo, come l’aumento della secrezione gastrica che favorisce la digestione e l’effetto energizzante sul sistema cardiocircolatorio. Che c’entra con la bicicletta, direte voi? C’entra eccome, perché una ricerca condotta da un team di ricercatori australiani ha stabilito che l’assunzione di caffeina prima, durante o dopo uno sforzo aumenta del 65% la percentuale di glicogeno presente nel sangue, favorendo così la capacità di recupero dell’organismo. Pensateci bene, dunque, ai piedi di una salitella o al termine del vostro quotidiano giro in bicicletta.
Non vi basta una prova? Eccone un’altra: uno studio pubblicato sul Journal of Applied Phisiology sfata il mito dell’assuefazione. Spesso si sente dire che la scarica positiva della caffeina passa se l’uso è quotidiano. Ma il professor Bruno Gualano, docente di Fisiologia e nutrizione dell’Università di San Paolo ha stabilito analizzando il comportamento di 40 ciclisti durante la prova, stabilendo che il consumo costante di caffeina migliora la prestazione anche sul lungo periodo. Questo non vuol dire, ovviamente, che più si beve caffè più si va veloce, ma un consumo consapevole di due tre tazzine al giorno della vostra bevanda preferita possono essere un aiuto nella vostra prestazione.

Il bar dedicato a Learco Guerra

Vogliamo chiudere con una nota di colore: sono molti i locali e i bar abbinati al ciclismo, in Italia e nel mondo, basti pensare al fenomeno del brand inglese Rapha, che ha avuto un successo straordinario. Ne vogliamo però citare uno in particolare che si trova a Milano e ha di recente aperto i battenti nella popolare via Savona, centro del cosiddetto “distretto della moda” del capoluogo lombardo: è il Pink Jersey 1931 che è stato ideato e battezzato da Carlo Guerra, nipote del leggendario Learco Guerra, soprannominato la “Locomotiva umana”, insieme al fratello Learco (omonimo del famoso nonno) e al figlio Attilio. Guerra vestì la prima maglia rosa di una lunghissima carriera il 10 maggio 1931 (da qui il nome del locale) ed è in suo onore che questo bar è stato inaugurato. Qui si può entrare a bere un caffè o un aperitivo, ma anche per vedere le foto con le testimonianze del tempo, ammirare le bici d’epoca, i ritagli di giornale, i memorabilia di un tempo passato e glorioso ma anche acquistare una maglia originale moderna o vintage, come al MUMAC, dove presso lo shop (link a shop?) è disponibile la riproduzione della maglia Faema realizzata dalla storica azienda di abbigliamento ciclistico tecnico e vintage De Marchi.
Un modo per ribadire che bicicletta e caffè sono un binomio indissolubile. Anche se non fanno rima.