Dieci Anni e Oltre

SI CHIUDE IL DECENNALE DEL MUMAC: ne parlano Barbara Foglia e Enrico Maltoni. Al MUMAC si sta chiudendo un anno speciale, l’anno del Decennale. Un anno importante in cui l’anniversario dalla sua fondazione avvenuta nel 2012 è stato festeggiato in modo diffuso a partire dall’inizio dell’anno con eventi, progetti, iniziative culminate il 20 ottobre scorso […]

SI CHIUDE IL DECENNALE DEL MUMAC: ne parlano Barbara Foglia e Enrico Maltoni.

Al MUMAC si sta chiudendo un anno speciale, l’anno del Decennale. Un anno importante in cui l’anniversario dalla sua fondazione avvenuta nel 2012 è stato festeggiato in modo diffuso a partire dall’inizio dell’anno con eventi, progetti, iniziative culminate il 20 ottobre scorso con un nuovo restyling del museo.

 

Barbara Foglia, MUMAC Manager, racconta un anno intenso con risultati di grande soddisfazione.

“In questi mesi abbiamo lavorato con energia e passione che hanno portato a risultati che ci hanno ripagato appieno.

A cominciare dai numeri: finalmente siamo tornati a realizzare eventi in presenza diminuendo progressivamente quelle limitazioni che ci hanno portato ad avere al museo di nuovo migliaia di visitatori, a organizzare eventi e tavole rotonde di altissimo livello, ad un restyling che oggi garantisce un maggiore accesso e interazione, una migliore fruibilità dei contenuti e una narrazione più completa grazie all’utilizzo dei materiali d’archivio e della nostra ricca Biblioteca storica del caffè.

Abbiamo portato in giro per l’Italia e per il mondo il volume SENSO ESPRESSO. Coffee. Style. Emotions. con la collaborazione di alcuni fra i musei e archivi d’impresa afferenti a Museimpresa grazie ai quali abbiamo potuto realizzare un libro condensato di bellezza, arte, cultura e italianità (oltre ovviamente alla storia della macchina per caffè ricostruita in modo ancora più ricca di dettagli e di novità, grazie al contributo fondamentale dell’Archivio storico della Fondazione Corriere della Sera). Un lavoro riconosciuto anche dai premi che abbiamo ricevuto proprio in quest’ultimo scorcio di anno: l’inserimento nell’ADI Design Index 2022 per la corsa al Compasso d’Oro, la nomination fra i tre volumi finalisti ai Corporate Heritage Awards e il 3° posto fra le monografie di impresa assegnato da OMI-Osservatorio Monografie d’Impresa.

Un lavoro per cui il ringraziamento va in particolare all’Editore, Antiga, ai coautori con me dei testi, Edgardo Ferrero, Marzia Camarda e Margherita Pogliani, e ai contributi di molti giovani d’azienda che con il loro sguardo fresco ci hanno regalato contenuti interessanti e inaspettati (Anna Cento, Rita Saiu, Alessandro Motta per citarne alcuni). E poi gli apporti iconografici di FAI-Fondo Ambiente Italiano di cui Gruppo Cimbali è Golden Donor, dell’ADI Design Museum e di altri archivi, fondazioni e musei che non posso citare e ringraziare qui per intero, ma che sono stati ricordati a uno a uno con i loro direttori e curatori (fondamentali!) nelle pagine del libro.

E poi il restyling del museo all’esterno e all’interno. Prendere un museo già davvero bello e fare un lavoro necessario per ampliare gli spazi a nuove macchine, rinnovare alcuni dei sistemi informatici ormai datati e inserire nuovi concept, rimanendo allo stesso tempo rispettosi della impostazione originale, non era semplice: devo dire che in questo essere stati seguiti dai designer Antonella Andriani e Ambrogio Rossari è stata una garanzia nel risultato.

Il progetto di riorganizzazione del museo è stato sviluppato con l’obiettivo di rivisitazione dello spazio espositivo affinché MUMAC- diventi sempre più museo per tutti.

L’interazione è stato uno dei driver del rinnovo museale, a iniziare dall’esterno dove l’installazione di una tazzina bianca dalle dimensioni enormi si staglia contro lo sfondo di doghe sinuose rosse dell’edificio, accogliendo il visitatore e invitandolo ad interagire con oggetto, forma e museo per un linguaggio contemporaneo di condivisione sui social.
Interazione che prosegue all’interno dove la ristrutturazione dello spazio espositivo è stata integrata in ogni sala con frasi a muro significative e soprattutto con un ricco apparato infografico e di QRcode grazie ai quali i contenuti sono stati resi disponibili a più livelli di lettura e approfondimento, in base alla curiosità, al tempo e alla specializzazione.

In ottica di responsabilità, si sono riutilizzati il più possibile i materiali esistenti, rielaborati in ottica di upcycling. Le scelte formali degli elementi allestitivi, la definizione dell’infografica, pareti ed espositori total black hanno dato sostanza al linguaggio espressivo conferito alla sala che mette in scena la contemporaneità, una di quelle totalmente rinnovate.

Infine, l’altra parola d’ordine è stata inclusività con un orientamento che, in ottica di design for all, ha portato ad allargare lo sguardo verso i bisogni anche di visitatori con difficoltà nell’accessibilità ai contenuti: espositori avvicinabili anche con carrozzine, didascalie rialzate per facilitarne la lettura a bambini o ad altezze diverse, una info-grafica rispettosa delle eventuali difficoltà di lettura dei visitatori sono solo alcuni degli accorgimenti messi in atto.

Sottolineo solo ancora una cosa: nella narrazione è stata fatta una rivisitazione dei punti cardine della storia della macchina per caffè partendo e utilizzando materiali storici d’archivio funzionali a mettere ordine in un percorso dove ancora molto resta da scoprire e scrivere. Lascio poi i dettagli della visita a Enrico Maltoni, ma mi preme dare rilievo a una foto storica inserita proprio all’inizio del nuovo itinerario museale, foto di proprietà della famiglia Cimbali dove un giovanissimo Giuseppe Cimbali ritratto, come recita la didascalia, al lavoro per la preparazione delle macchine per l’esposizione universale di Milano del 1906 (esposte poi a marchio La Pavoni nello stand di Luigi Bezzera), evento che sancirà il vero punto di partenza del successo delle macchine per caffè espresso professionali nel mondo. L’officina di Giuseppe Cimbali nascerà più avanti, nel 1912, e solo dai primi degli anni ’30 comincerà a produrre macchine per caffè, ma già nel 1905 questo documento lo attesta già come pioniere fra i pionieri.

Dopo le presentazioni del libro e il restyling, gli altri due elementi fortemente connotanti l’attività del decennale del museo sono stati i prestiti e gli eventi.

Per i prestiti, uno su tutti: a Bobbio, Borgo dei borghi 2019, è stata allestita una mostra temporanea nel porticato di una dei più importanti centri monastici d’Europa, l’Abbazia di San Colombano. Una cornice suggestiva per una narrazione e una installazione create ad hoc con oltre 10 macchine storiche esposte.

Per gli eventi, anche qui dovrei ricordare le numerose tavole rotonde e talk organizzati, ma -conclude Barbara Foglia- mi voglio soffermare su quello che per noi è oggettivamente diventato l’evento più importante dell’anno, ormai cult da 6 edizioni: la Prima Diffusa della Scala. Per noi è un onore mettere a disposizione della collettività i nostri spazi con l’evento del 7 dicembre proiettato in diretta su grande schermo nel nostro auditorium, un evento che mette davvero a disposizione di tutti l’arte, la cultura, la bellezza del più importante teatro d’opera al mondo. È uno dei momenti più partecipati dove l’impresa e il suo museo restituiscono alla collettività ciò che ne ricevono.”

Enrico Maltoni, collezionista e co-ideatore di MUMAC, ci racconta invece le principali novità nella esposizione delle macchine: una traccia autorevole, una voce, per esplorare il museo con occhi nuovi.

Siamo all’ingresso del MUMAC. Spiega Enrico Maltoni: “Sono un collezionista e grazie alla famiglia Cimbali sono riuscito a realizzare il sogno del museo che ancora continuo a vivere. Senza una grande azienda non sarei mai riuscito a dar vita ad un progetto sulla cultura della macchina del caffè e che racchiude la storia di tutto il comparto produttivo: il museo contiene tutta l’evoluzione di un intero comparto del made in Italy. Al suo interno infatti sono presenti tutti i costruttori che sono stati pietre miliari del settore in oltre 120 anni di evoluzione.

 

Le macchine per il caffè nascono verticali, a colonna, con funzionamento a vapore. Uno dei primi modelli per estrazione, firmata da Angelo Moriondo è qui esposto come replica: Moriondo ebbe per primo l’idea di utilizzare il vapore per estrarre il caffè, ma ancora in grandi quantità. La sua macchina non venne mai commercializzata ma utilizzata (e negli anni successivi anche resa utile ad estrarre singoli caffè) solo nel suo caffè, il caffè Ligure di Torino. La macchina fu brevettata all’epoca e quella al MUMAC è in realtà una replica realizzata sulla base del brevetto originale. Lo stesso Moriondo stesso chiama il caffè realizzato con la sua macchina “istantaneo” e non lo definirà mai espresso nemmeno quando tale termine si diffonderà rapidamente negli anni successivi. Possiamo dire che il vero espresso arriva soltanto nel 1901 con il brevetto di Luigi Bezzera (brevetto con cui preparare un solo caffè, definito “espresso”, servito fresco e velocemente apposta per il cliente) e poi commercializzato da La Pavoni, cui seguirono La San Marco e l’Eterna che rappresentano la svolta nella storia della macchina professionali. All’inizio del secolo chi utilizzava la macchina veniva definito macchinista o fuochista (non barista) che doveva tenere costantemente sotto controllo per evitare che temperatura e pressione facessero esplodere la caldaia.

Una precisazione è necessaria: dai primi del Novecento fino agli anni ‘40 sil caffè estratto dalle macchine era un caffè amaro, nero, leggermente bruciato. La crema non c’era a causa dell’effetto del vapore sul caffè.

L’espresso è stata un’invenzione geniale italiana, nata da idee che sono maturate tra Torino e Milano, in una sfida tecnica continua per migliorare sempre di più le macchine.

Nella prima sala siamo calati in un’atmosfera primo ‘900 sino agli anni ‘20, perfettamente ricostruita. Gli elementi decorativi sono legati allo stile Liberty. Un bancone originale di inizio 900 presente nella sala vuole mostrare il locale come davvero era: un caffè italiano di inizio secolo (1914-15).

Nella seconda sala si cambia molto: dallo stile liberty allo stile razionalista degli anni ‘30/40. L’estetica si trasforma, le linee sono più rigorose, mentre il sistema di funzionamento resta invariato. Il cambiamento drastico si vede nelle forme e nelle linee: le macchine si fanno molto più squadrate, lineari. Il rigore è riprodotto non solo nei modelli esposti ma anche negli stilemi dei manifesti e nel lettering dei loghi.

L’esposizione delle macchine è stata rivisitata dando, nella collocazione, un accento al nesso fra caldaie a vapore delle macchine per caffè e delle locomotive dei treni: espressi entrambi!

Una nuova collocazione della prima macchina per caffè prodotta dalla Cimbali, La Rapida, si accompagna all’esposizione di un depliant originale dell’epoca con tutti i modelli della macchina prodotti.

Dall’impostazione verticale si passa all’orizzontale: tra questi il modello Ala de La Cimbali degli anni ’40. Le macchine venivano costruite a uno, due, tre gruppi. Come modello orizzontale significativo è esposta l’Eterna del 1945, quando si scopre che è importante tenere le tazze sopra le macchine. Un’evoluzione tecnica, perché la porcellana deve esser tenuta calda per conservare e sprigionare al meglio gli aromi della bevanda.

Nella sala tantissimi altri modelli, ciascuno con la sua storia. Abbiamo fatto in particolare un progetto con una macchina di caffè che abbiamo reso trasparente utilizzando il plexiglass. Così è possibile esplorarne l’interno e controllare come funziona. L’alimentazione è a carbone, per poter tenere a temperatura la caldaia in pressione. Il manometro indica la pressione, poi c’è il livello dell’acqua. Per quarant’anni, il caffè si è bevuto con il sistema a vapore, senza crema. Il prodotto all’epoca era molto apprezzato, piuttosto costoso e non alla portata di tutti.

Un’esposizione di portafiltri storici è una delle novità più interessanti, originali e rilevanti del restyling.

L’ultima macchina della seconda sala, regina del museo, è del 1947, è stata disegnata da Giò Ponti e ne esistono solo due esemplari al mondo, ed è la più ambita da tutti i collezionisti. Era stata trovata 5 anni fa, poi abbandonata in un hotel dismesso sul litorale a Roma finché non sono riuscito a recuperarla. È la prima macchina del caffè espresso esposta al Louvre di Parigi, prestata da noi per un anno al suo Musèe des Arts Decoratives. Il disegno del modello con le sue linee da “bolide futurista” ha avuto un impatto molto forte, superando i concorrenti. Poi, trattandosi di una macchina di transizione fra il vecchio sistema a vapore e quello diffusosi dal ’48 con la crema, non ebbe un grande successo, ma rimane pur sempre la più bella!

Alla fine degli anni ‘40 si assiste ad un altro grande cambiamento. Durante la Seconda Guerra Mondiale ci furono in generale difficoltà a brevettare e produrre sistemi nuovi. Ma nel dopoguerra Achille Gaggia, barista milanese, mette a punto un sistema a leva acquisito anni prima, e propone a Carlo Ernesto Valente, fondatore di Faema nel 1945 di poter produrre nelle sue officine la prima macchina a leva per la produzione dell’espresso con la crema caffè. Valente accetta e insieme producono la Classica, macchina che produce “crema caffè naturale funziona senza vapore” come scritto sul frontalino: con il sistema della leva, non si usa più il vapore ma l’acqua molto calda ad alta pressione (come ai giorni nostri) che arriva sul pannello del caffè, ottenendo come risultato la “crema”.

Quindi nel 1948, ma con un brevetto già depositato 10 anni prima, nasce la crema caffè che determinerà poi il successo delle macchine per caffè espresso di nuova generazione. Questo sistema porta un miglioramento in tazza. Da lì tutti i produttori utilizzeranno questa tecnica per produrre il caffè. In questa sala abbiamo voluto rendere omaggio a tutti i modelli più importanti degli anni ‘50.

Al centro abbiamo inserito un bar originale del periodo. Persino le bottiglie sono autentiche, mentre il bancone bar veniva prodotto all’epoca dalla Faema, con un concept di locale “chiavi in mano”.

Gli anni ’50 segnano il boom dell’espresso: la macchina a leva che fa il caffè, l’operatore si chiama adesso barista che è solitamente un uomo, dato che l’operazione di manovra della leva richiede una notevole forza fisica.

Entriamo nella sala dedicata agli anni ‘60 e ‘70 con un altro cambio: si entra in un altro mondo. Le macchine sono totalmente differenti per l’innovazione nei materiali. C’è la tendenza a costruirle colorate, influenzate dalla pop art e dalla moda. Qui abbiamo scelto la moquette come elemento di allestimento perché utilizzato molto in quel periodo.

La macchina fondamentale è La Cimbali Pitagora disegnata dai fratelli Castiglioni che ha vinto il premio Compasso d’Oro nel 1962 (nel 2022 ha compiuto 60 anni di primato imbattuto!). E poi la macchina rosa, prima costruita con la scocca di plastica realizzata dalla Bayer in collaborazione con Faema. Arancio, giallo: sempre più colore. Il barista diventa veloce: le macchine conoscono un’evoluzione dal punto di vista elettromeccanico e tutto diventa più operativo. Il design resta sempre protagonista.

Poi la leva viene sostituita dal sistema a pompa idraulica. I primi compressori d’aria portano in pressione l’acqua. L’erogazione continua sostituisce la leva, che non scompare perché ancora oggi è un sistema apprezzato, ma decisamente più faticoso.  Nel ’72 c’è stata anche una crisi energetica: le macchine si sono adattate per riequilibrare i consumi.

In questa sala c’è una parte espositiva con materiali dall’archivio e una bicicletta storica Faema dedicata al ciclismo perché Faema ha sponsorizzato alla fine degli anni ’60 il Giro d’Italia con una squadra ciclistica che vinse tutto.

Ci avviciniamo agli anni ’80: plastica, acciaio, carrozzerie sempre vivaci.

Negli anni ’80-’90 entra in gioco l’elettronica e il successo giunge con la rivoluzione del tasto: si utilizza l’elettronica per dosare il tempo. Siamo alla dosatura programmata. Faema Tronic, disegnata da Sottsass e Cibic nel 1983, è la prima macchina elettronica realizzata con i bottoni che permettono di dosare i tempi per il caffè che si desidera, così il barista nel frattempo può occuparsi di altro.

Ogni modello o marchio esposto ha un’evoluzione e un particolare: noi abbiamo inserito i principali che hanno avuto più successo.

La penultima sala rappresenta la contemporaneità, dal 2000 in avanti. La tecnologia ha fatto dei grandi passi: l’innovazione più importante è stata l’inserimento dei touch. Non c’è più il pulsante, ma la possibilità di regolare tutti i parametri da uno schermo. Ci sono varie case produttrici che hanno investito in questo e in accattivanti soluzioni di design.

L’altra grande evoluzione riguarda le superautomatiche che grazie all’elettronica e all’internet of things diventano sempre più intelligenti e flessibili. Una superautomatica è una macchina che permette di macinare ed erogare direttamente in tazza senza la manualità dell’operatore.

Poi dovrei parlare dell’evoluzione della posizione sul bancone delle macchine, che oggi tornano protagoniste sul bancone, belle da entrambe i lati, per andare a raccontare al cliente tutto il mondo nella tazzina: ma questo lo faremo un’altra volta.

Per l’ultima sala lascio la parola a Barbara, poiché si esula dall’evoluzione storica, tecnologica, di costume e di design ma si entra in quello che, grazie al lavoro di restyling curato dai designer sulla base di idee condivise con lei, è stato ribattezzato il “Lab”, un concept nuovo dove porre l’attenzione su cultura, heritage e futuro”

Prosegue Foglia: “Sì, infatti abbiamo concepito il “Lab” come un luogo dove memoria e futuro si mescolano nelle icone del tempo e nelle innovazioni più attuali, dando un nuovo senso alle pietre miliari della storia, delle invenzioni, degli usi e delle conoscenze, in questo caso legati al mondo di Gruppo Cimbali.

Nel cuore del museo, heritage e futuro si incontrano in una serie di isole tematiche che raccontano un’azienda dinamica e un museo attento a tutti i visitatori per diventare allo stesso tempo evocativo e divulgativo, concludendosi nella installazione sospesa tra tecnologia, arte e design dell’esploso de La Cimbali M100, la macchina del Centenario, mantenuta nel suo progetto originario sempre attuale, per scoprire la complessità nascosta dietro quella che solo apparentemente è una semplice tazzina di caffè.”