"Guai alla macchina che confessa la fatica del proprio lavoro"

Gio Ponti


Dopo la Prima guerra mondiale e il crollo di Wall Street del 1929, i paesi occidentali risentono di gravi problemi in ogni aspetto della vita economica, produttiva e sociale, con gravi conseguenze. Con la crisi finanziaria americana si riducono drasticamente su scala mondiale tutti gli indicatori economici che misurano lo stato di benessere e di progresso dell’economia degli stati: produzione, occupazione, redditi, salari, consumi, investimenti e risparmi. Ogni stato cerca in modo autonomo di arginare la crisi e la dilagante disoccupazione con il protezionismo economico e con interventi sulle borse e sulle banche centrali, spesso con partecipazioni statali nelle industrie.
Per salvaguardare le produzioni interne vengono innalzate le tariffe doganali dei prodotti d’importazione e avviate le prime produzioni autarchiche, realizzate esclusivamente con materie prime locali. È un periodo difficile, complesso, di forzato immobilismo che porta anche l’Italia a sprofondare in un regime che prevede piani di intervento statale, guerre coloniali e autarchia.
In questo contesto, l’intera industria italiana, a eccezione di quella bellica, subisce una battuta d’arresto. Ma il mondo della macchina per caffè, nella sua nicchia costituita dai pochi consumatori che potevano ambire a questo lusso, continua il suo percorso sotto le spinte di un interessante paradosso. Se infatti a livello nazionale i consumi diminuiscono, in corrispondenza delle grandi realtà urbane si rilevano dei veri e propri picchi di consumo, dettati dalla concentrazione di avventori benestanti che non vogliono rinunciare a un vero espresso. Così i locali pubblici crescono e diventano luoghi d’incontro e di cultura. Innegabilmente il settore delle macchine per caffè conosce una battuta d’arresto per quanto riguarda l’innovazione tecnologica (funzionano ancora a vapore), ma ci si continua a ritrovare attorno al rito della tazzina di espresso preparata al bancone e servita al tavolo.

In questo periodo tormentato il design e l’architettura italiana cominciano ad avere estimatori nel mondo: l’austerità della corrente razionalista, semplice e funzionale, caratterizzata da linee geometriche essenziali è applicata anche alle macchine per caffè con semplicità stilistica, privilegiando linee pulite e disadorne. Ogni decoro, ogni concessione al “bello” sono considerati superflui. La macchina per caffè, come ogni altro strumento di lavoro, è bella perché adempie a una funzione utile, mentre il decoro resta un retaggio da lasciare al passato. Anche i marchi risentono dello spirito del tempo e sono rappresentati secondo i dettami dell’epoca. Giuseppe Cimbali in questo periodo introduce sul mercato la sua prima macchina per caffè, La Cimbali Rapida a sviluppo verticale, in linea con altri modelli dell’epoca.

Nei primi anni Quaranta, sebbene la tecnologia rimanga invariata, inizia a cambiare qualcosa nelle forme: le macchine da verticali cominciano a diventare orizzontali e le prestazioni migliorano: con i gruppi erogatori posizionati tutti sullo stesso lato un solo operatore può gestire, stando “comodamente” nella stessa posizione, l’erogazione di più caffè, diventando così più veloce ed efficiente.
Compare anche un altro accessorio prima impossibile da avere nelle macchine verticali, spesso dotate addirittura di cupole: lo scaldatazze, che attesta la crescente cura per tutte le fasi della preparazione dell’espresso. Lo spazio, solitamente ricavato sopra o a fianco della caldaia collocata orizzontalmente, trova una sua funzionalità sfruttandone il calore: da allora l’espresso non potrà più prescindere da una tazzina ben calda.
Il periodo autarchico di contingentamento delle materie prime porta anche alla produzione di macchine ibride per sopperire alla difficoltà di accesso alle fonti energetiche, con macchine che possono funzionare a gas, a elettricità, ma anche a carbone.
È il periodo in cui le classi più abbienti si permettono il consumo del caffè “vero” (merce sempre più rara) nei locali, mentre quelle più popolari devono accontentarsi dei succedanei o surrogati della ben più preziosa materia prima, con “espressi” a base di cicoria, orzo, segale, ghiande, fichi.
Chi può paga un prezzo più alto per non rinunciare a un piacere che sta assurgendo sempre di più a vero e proprio rito quotidiano.
Con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale molte industrie si convertono alla produzione per le attività belliche, altre vengono mantenute operative grazie alla manovalanza femminile che sostituiva quella di padri, figli e mariti partiti per il fronte. Gran parte dell’inventiva italica inevitabilmente si blocca, accantonando soluzioni migliorative che devono attendere tempi migliori.
Una di queste riguarderà in modo rivoluzionario la macchina per caffè, ma dovrà passare quasi un decennio prima di essere realizzata. Parliamo dell’invenzione dell’estrazione a leva e la nascita della crema caffè. Un primo segnale si ha già nel 1936, quando Rosetta Scorza Ved. Cremonese deposita un brevetto dal titolo «Rubinetto a stantuffo per macchina da caffè espresso».
Achille Gaggia, semisconosciuto barista milanese, acquisisce l’invenzione, sperimentandola all’interno del suo Bar Achille, e in seguito sviluppa un suo brevetto esponendo per la prima volta alla fiera Campionaria di Milano del 1939 il gruppo erogatore della crema caffè (pubblicizzato come sistema «Lampo, l’unico compressore per caffè che funziona senza vapore»); ma a causa della guerra tutto si interrompe.


Anche i grandi nomi dell’architettura si accorgono dell’importanza di questo settore e cominciano a dedicargli le attenzioni necessarie. Precursore è Gio Ponti, che nel 1947 disegna per La Pavoni una macchina ancora oggi ritenuta la più bella al mondo: la D.P. 47, ribattezzata La Cornuta per la forma a corno dei gruppi erogatori. Oggi ne esistono solo due al mondo, di cui solo una, quella in dotazione al MUMAC, sempre visibile al pubblico all’interno del museo. Nonostante la bellezza ineguagliabile, la Cornuta nasce però a vapore in un momento di transizione verso un nuovo metodo d’estrazione che ben presto soppianterà tutti gli altri: la leva.