"Datemi una leva e solleverò il mondo."

Archimede


È l’11 maggio 1946 quando il Teatro alla Scala riapre con “il concerto della ricostruzione”, diretto da un osannato Arturo Toscanini appena rientrato dagli Stati Uniti dove si era autoesiliato durante il fascismo. L’invito di Milano a rialzare la testa anticipa un periodo caratterizzato da una ripresa economica e sociale tesa all’innovazione. Il bar diventa luogo di aggregazione e condivisione, non più destinato a un’élite ma ritrovo ideale per tutti, consacrando il caffè al bar come rito sociale che travalica le distinzioni di classe. Sull’onda del benessere e della spensieratezza che attraversano l’Italia dopo gli anni bui della guerra, i bar diventano luoghi sempre più affollati e vissuti. Ci si ritrova anche per guardare la televisione, strumento di aggregazione e cambiamento sociale, e che è ancora rara nelle case degli italiani. Oppure si sfrutta il momento del caffè per sfogliare il giornale, per discutere di sport e di politica, per trascorrere il tempo in compagnia, per dare insomma concretezza a quel concetto di “tempo libero” che solo qualche anno prima era del tutto ignoto alla maggior parte della popolazione.


La voglia di sperimentare che caratterizza questo momento storico – molto creativo e tra i più interessanti della nostra storia – spinge anche i produttori di macchine per caffè a rivolgersi ad architetti e designer per studiare nuovi prodotti, in linea con le mutate esigenze. Il design delle macchine non rimane indifferente al fascino del modello estetico proveniente da oltreoceano: l’american style, con le sue linee sinuose, le cromature e le luci scintillanti, contamina le nuove produzioni. Le forme strizzano l’occhio alle linee delle automobili più in voga e dei jukebox, indiscussi protagonisti dei bar e dei locali dell’epoca. Anche i grandi nomi dell’architettura si accorgono dell’importanza di questo settore e cominciano a dedicargli le attenzioni necessarie.


La vera rivoluzione nelle macchine per caffè espresso, infatti, è l’invenzione della leva, la cui scintilla del 1936 era stata abbandonata nel 1939 a causa della guerra. Nel 1948 invece viene finalmente messa in produzione da Achille Gaggia, il modello Classica Gaggia. Per la produzione della Classica, Gaggia si rivolge alle officine FAEMA di Carlo Ernesto Valente, che aveva aperto qualche anno prima la sua Fabbrica Apparecchiature Elettro Meccaniche e Affini. La macchina, dotata di due caldaie, consente di disporre di acqua alla temperatura inferiore ai cento gradi senza generare vapore. Il risultato è straordinario: la bevanda viene ora erogata in poco più di trenta secondi, tutti i sentori di bruciato causati dall’uso del vapore sono scomparsi e per la prima volta viene prodotta la crema caffè, perfetta coronazione di un espresso e, d’ora in poi, inscindibile dal concetto di caffè consumato al bar. Se, per l’odierno consumatore di caffè, crema ed espresso sono un concetto unico, all’epoca questa fu una novità di portata considerevole, tanto che fuori dai locali in cui erano in funzione le macchine di Achille Gaggia campeggiava un cartello con la scritta «Crema caffè naturale funziona senza vapore» per invitare i clienti ad assaggiarla.
La corsa di tutti alla realizzazione di nuove macchine adatte all’estrazione di un caffè crema espresso porta prima FAEMA con la sua Saturno e poi La Cimbali con la Gioiello a estrarre, tramite leva e senza vapore, gli oli essenziali del caffè che con i loro aromi conferiscono pienezza al gusto e con la loro emulsione originano la crema tipica dell’espresso. La nuova tecnologia eleva l’espresso a cult e trasforma la figura del “macchinista”, colui che prima azionava la macchina da caffè grazie al suo patentino da fuochista, in “banconista”, cioè esperto utilizzatore della macchina a leva, allora posizionata, appunto, sul bancone, di fronte al cliente.


L’espresso assume nomi nuovi, in funzione della marca della macchina che lo produce, Crema caffè naturale per Gaggia, Infuso Idrocompresso di Caffè sulla Saturno FAEMA (la prima macchina a leva prodotta da Valente dopo la separazione da Gaggia) ma su tutti se ne impone uno: Cimbalino, il termine coniato con il lancio della prima macchina a leva della Cimbali, la Gioiello, presentata dentro a uno scrigno proprio come un gioiello alla Fiera di Milano del 1950. Tale espressione semplice ed efficace per chiamare il caffè espresso italiano con la crema viene veicolato in primis da quella che oggi chiameremmo advertising creato proprio per il modello di macchina per caffè espresso professionale La Cimbali Gioiello che  rimandava nella pubblicità all’invito a gustare “con La Cimbali, un Cimbalino”, frase poi riportata sulle mascherine delle macchine prodotte da quel momento in avanti (fra cui la Rubino e la Granluce),  mettendola sotto gli occhi di tutti: non dimentichiamoci che in quel periodo le macchine stavano sul bancone da bar e non sul retro bancone. In breve, l’espressione, veicolata dalla pubblicità radiofonica, sui quotidiani, dai mezzi aziendali che si fermavano nelle piazze a distribuire gratuitamente un caffè, da attività di promozione legata al mondo sportivo e dalla massiccia diffusione sui banconi dei bar delle macchine che riportavano il medesimo invito, si diffonde a tal punto, che negli anni ’50 in ogni dove l’espressione Cimbalino connota il caffè espresso italiano. Omen-nomen, l’espresso italiano si trasforma da nord a sud in Cimbalino: “Crema-caffè intera: un caffè aromatico, stimolante, cremoso e ben caldo, cioè il caffè perfettamente riuscito”, come recita un folder pubblicitario dell’epoca. L’idea del nome nasce dalla creatività dei fratelli Cimbali della seconda generazione: un Cimbalino”, diventa sinonimo di un buon caffè italiano e il modo per chiedere il caffè espresso al bar - un caffè caldo, intenso, rotondo, cremoso, con una tonalità e una tigratura dalla tessitura fine, che non lascia intravedere il nero liquido sottostante- che in alcuni paesi nel mondo rimane inalterato fino ad oggi. Le invenzioni corrono con la piena ripresa economica: se fino a pochi anni prima Vespa e Lambretta erano gli unici mezzi alla portata di tutti, a metà degli anni Cinquanta le auto che circolano nel Paese crescono a oltre un milione, tanto che i giornali, per la prima volta, parlano di problemi di traffico. Quintuplica la produzione di automobili e anche le macchine per caffè, che ai tempi dell’Ideale venivano prodotte in numero esiguo (una al giorno) e alla fine degli anni Cinquanta raggiungono il considerevole numero di cinquanta al giorno per diffondersi da Nord a Sud, in Italia e nel mondo intero.