I musei d’impresa: quando l’impresa diventa cultura

A cura di Antonio Calabrò.

C’è una straordinaria attualità, nella memoria delle fabbriche. Lo sanno bene le imprese italiane, alcune delle quali, quasi vent’anni fa, hanno fondato Museimpresa, secondo l’idea forte che proprio le fabbriche sono luoghi fisici e mentali dove il passato e il futuro s’incontrano e la cultura d’impresa, tra testimonianza e innovazione, è un asset fondamentale di competitività. Musei e archivi d’impresa raccolgono documenti, foto, film, pubblicità, disegni tecnici, macchine, libretti di lavoro, oggetti che testimoniano la dimensione tecnica ma anche umana del lavorare. Entrare dentro questi musei è come dare la mano, incontrare gli uomini e le donne che vi hanno prestato la propria opera, conoscere le linee di produzione, toccare le macchine di lavorazione, visitare i luoghi fisici dove le più entusiasmanti avventure di produzione si sono svolte.
Un giacimento di testimonianze diverse che danno l’idea di una lunga attitudine delle imprese italiane a fare quello che ha detto benissimo uno dei più grandi storici europei dell’economia, Carlo Maria Cipolla, il quale parlava di “italiani abituati, sin dal Medioevo, a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo”.
E la bellezza di cui parla Cipolla è senza dubbio un tratto distintivo, un elemento della competitività delle imprese italiane. Bello è tutto quello che, dagli anni cinquanta del secolo scorso in poi, abbiamo creato sotto l’insegna del design e che si contraddistingue per qualità, estetica e funzionalità.
Tutto ciò che esce dal nostro Paese è “bello”, perché frutto della bellezza di cui siamo impregnati, e che viene dalla dimensione delle forme e delle proporzioni.
Quella italiana è un’industria di filiere, di distretti industriali, di concentrazione territoriale delle imprese, in cui da sempre la metalmeccanica parla con l’arredo, le macchine di confezionamento con la farmaceutica. I nostri musei, dialogando tra loro, rinforzano la loro presenza sul territorio ma anche sulla scena culturale nazionale. Cultura d’impresa, dunque, come identità e come chiave competitiva. Una cultura politecnica, sofisticata e popolare, che sa legare le conoscenze umanistiche con quelle della scienza, Leon Battista Alberti e Leonardo, le scoperte di Galileo e la ragione illuminista dei Verri e di Beccaria nella Milano che si prepara all’industria, l’avanguardia artistica di Boccioni nella “città che sale” e prefigura l’urbanistica e l’edilizia della metropoli e la chimica del premio Nobel Giulio Natta, che trasforma l’industria italiana con dimensioni mondiali. La cultura dell’Olivetti di Adriano, design e tecnologia. E quella d’una lunga serie di altre imprese che, appunto sulla qualità e l’estetica originale, sul rapporto con il design e l’arte contemporanea, continuano a fondare la propria capacità di “fare, e fare bene” e dominare così le nicchie a maggior valore aggiunto sui mercati del mondo. Non avremmo, insomma, sviluppo economico se le nostre imprese non fossero connotate da una robusta base culturale. La chiave dell’innovazione sta non tanto in un binomio “impresa e cultura” ma in una sintesi, “impresa è cultura”.
Le imprese, raccontandosi, generano valore a livello economico, ma anche sociale e culturale. La storia delle imprese italiane, infatti, è fatta di radici e di ali, per utilizzare un’espressione cara al sociologo tedesco Ulrich Beck, e dimostra che si può innovare pur senza perdere di vista la tradizione. I musei aziendali trasmettono tutto ciò e fanno passare nella coscienza comune del Paese la consapevolezza che fare impresa è un elemento di grande valenza sociale, perché dà un’idea positiva del cambiamento, e morale, perché impresa è responsabilità.
I nostri musei danno la dimensione dell’importanza del fare e proprio nel fare sta il nostro futuro, oggi più che mai.

Biografia Antonio Calabrò:
Giornalista e scrittore, è Presidente di Museimpresa, Vicepresidente di Assolombarda, membro del Consiglio generale di Confindustria, Senior Advisor Cultura di Pirelli & C. e Direttore della Fondazione Pirelli. Vicepresidente del Centro per la cultura d’impresa, è inoltre Consigliere d’amministrazione dell’Università Bicocca di Milano, di Nomisma, dell’Orchestra Verdi, della Fondazione Teatro Parenti, del Touring Club Italiano.